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L’importanza del non essere se stessi

Ogni giorno della nostra vita parliamo, pensiamo, prendiamo decisioni, ci leghiamo a persone e litighiamo con altre. Facciamo tutto questo non mettendo mai, nemmeno per un momento, in dubbio noi stessi o ciò che crediamo di essere. Padroni di noi ci presentiamo al mondo con voce tonante, sicuri di rappresentare tutto il nostro Io più profondo; d’altronde chi può conoscerci tanto bene quanto noi conosciamo noi stessi.

Eppure c’è qualcuno che combatte quotidianamente contro le proprie paure, debolezze ed insicurezze e si rende conto del fatto che non sempre può considerarsi “capitano della sua nave”.
Anni fa, quando iniziai a praticare l’ Eish Shaok, mi venne insegnato un esercizio del quale non mi fu detto subito l’obiettivo. Avevo il compito di visualizzare, ogni volta che pensavo, l’ immagine di una sala consiliare con i diversi membri a rappresentare qualsiasi voce, dissidio o lamentela mi passasse per la testa. Il punto più importante dell’ esercizio consisteva nel non mettermi mai a sedere tra i consiglieri; dovevo solo osservarli restando sempre in silenzio ed in piedi davanti a loro. Le prime volte ad un mio convinto se pur timido silenzio corrispondeva un crescente rimbombo di urla e discussioni, quasi che la mia volontà di non schierarmi fosse per loro motivo di grande disturbo. Mi convincevano spesso così bene a partecipare alle discussioni che finivo per portarle avanti con forza io stesso, sostenendo ora gli uni ed ora gli altri.
Continuai a lavorare con questa immagine per molto tempo, imparando con fatica ad essere più forte e neutrale a prescindere dalla forza delle loro urla o argomentazioni. Mi aggiunsero poi una seconda parte all’ esercizio che consisteva nel compiere delle piccole azioni completamente illogiche e non meditate se non un attimo prima. Saltare, urlare o sorridere per un attimo pur essendo triste ed arrabbiato divennero alcune tra le tante “pazzie” quotidiane. Ai dubbi ed ai mal di testa dei primi mesi seguì, con mio grande stupore, la pace. Il Consiglio dei miei pensieri si spense lentamente in una generale quiete ed osservanza di quella figura in piedi dinanzi ad esso. Avevo compreso, quasi senza accorgermene, di essermi slegato dalla figura del rappresentante delle parti e dei partiti, pronto ad ascoltare tutti tranne un sè stesso che non esisteva, e di essermi ricongiunto con quel sottofondo costante, tra un’ idea e l’altra, che si limitava ad osservare per poi imporre la sua volontà, non importa se logica. Potevo dirmi fiero di aver smesso di essere quello che credevo o mi avevano detto essere me stesso e di aver trovato la forza perduta o mai avuta.
Questo esercizio mi aveva insegnato a ritrovare la quiete immergendomi nel cuore del mio spirito e distaccandomi dall’ idea che ero ciò che pensavo e che solo nella mente potevo riconoscere me stesso, la mia casa e la mia essenza.
Nell’ Eish Shaok scoprire di aver vissuto identificandosi con la sola punta dell’ iceberg, con la maschera umana, è il primo e fondamentale insegnamento, ma è una conquista pesante per chi non la desidera con tutto se stesso. Occorre quindi chiedersi se si sia disponibili a guidare il Consiglio o se, tutto sommato, non sia più comodo che questo guidi noi senza farcelo sapere.

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