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Lettere da un pianeta lontano Parte V

L’ ho trovato finalmente. Posso dire di esserci arrivato vicino molte volte, ma di non averlo mai capito del tutto fino a questo momento. Stasera, alla veneranda, almeno per questo popolo, età di sessantotto anni, sono entrato nella mia camera ed ho preso la penna in mano conscio del fatto che fosse quello l’ obiettivo per cui approdai su questo pianeta in quel freddo e lontano Febbraio. Sono rimasto per qualche minuto immobile a riflettere su quanto fosse meraviglioso capire. Tutto ha sempre avuto senso e scopo ed ho dipinto ogni giorno ed attimo per arrivare qui e per lasciare, con coscienza e sincera intenzione, una impronta in questo Universo. Nel momento presente comprendo profondamente la pace e la serenità che invasero mio padre nei giorni prima e nel momento in cui si spense in quella camera di ospedale. Tanti anni di ricerca, studio ed esercizio mi sono serviti a guardare le stelle con i suoi occhi, a tornare a dargli la mano come fratello devoto e non più come solo figlio riconoscente.
Ora che ho raccolto forze ed idee torno a parlare a voi di questa particolare incarnazione tra gli esseri umani e vi racconto un pò dell’ ultima fase, quella che, come dicevamo, potrebbe prendere l’ appellativo di periodo delle ‘ tardive considerazioni ‘.
A giudicare dalle cose che ho visto durante i viaggi astrali di questi ultimi anni, in quasi tutte le Dimensioni, il periodo dell’ anzianità corrisponde ad una totale illuminazione spirituale e ad una forsennata attività evolutiva per sè e per gli altri. Qui gli ultimi decenni di vita sono dedicati alla guida delle giovani generazioni e ad una rappresentanza nobile delle tradizioni e dei valori di un intero popolo. Tutti i grandi Consiglieri politici e le infuocate stelle polari contano molti più anni degli altri, ma, al contrario della Terra, anche più saggezza ed esperienza dei propri fratelli. Non serve dire quindi che l’ umanità non rientra, almeno non più e non ancora, in questa schiera di popoli evoluti. Nel mondo in cui viviamo, arrivata una certa età, si percepisce la cosiddetta ‘ pensione ‘, una sorta di compenso riassuntivo dell’ attività lavorativa svolta nella vita e ci si ferma completamente. La casa diviene prima spazio di sollievo dalla stanchezza e dai pericoli esterni e poi grigia prigione in cui meditare su errori ed occasioni perdute o su quanto la bellezza sia oramai relegata nel passato e ci sia la sola ed inevitabile dipartita nel futuro. Ad accompagnare la malinconia e la paura si aggiunge, spesso e volentieri, la malattia. Il corpo e la mente non vibrano più sulle stesse corde e la debolezza blocca lentamente ogni funzione quotidiana. I grandi condizionamenti legati alla paura della morte, alla povertà ed alla solitudine prendono il sopravvento e lamentela ed elemosina divengono bastoni costanti su cui si poggia la stanca e tremante mano.
Per quanto riguarda le immancabili note positive, vi posso dire che in questa fase si sperimenta una grande e lenta dimenticanza dei molti momenti vissuti, ma si inizia anche a ricordare, inaspettatamente e sottilmente, l’ Anima. La fragilità del corpo e della mente, insieme con il poter essere finalmente lasciati in pace dalla vorace società, sono utili a riconnettersi con quell’ antica ed immensa parte che palpita nel profondo dell’ essere. L’ attesa dell’ abbandono del corpo è addolcita dalla sua presenza rasserenante e nei sogni già si riconoscono volti di amici lontani e case in cui tra poco si tornerà per riabbracciarli.
Intorno all’ anziano si riuniscono poi non solo i fantasmi degli anni passati, ma anche le persone viventi che si sono amate e che si è desiderato, aiutato a crescere e protetto lungo i decenni. Essi sono di estremo conforto e donano pace alle perplessità ed alle tardive considerazioni. Guardando negli occhi dei più giovani tra coloro che stanno al mio capezzale mi dico che la speranza per un mondo migliore è ancora forte e che dobbiamo confidare e mettere tutto il nostro impegno affinchè essi comprendano chi sono davvero. Abbiamo sostenuto ed alimentato un sistema di cui ora conosciamo i grandi inganni. Non dobbiamo limitarci all’ auto commiserazione per il tempo perduto; occorre insegnare a chi è appena arrivato a rimanere sè stesso e a crescere, allo stesso tempo, come vero e cosciente essere umano. Educhiamo gli incarnati a non giudicare, a non temere il mondo poichè costruito come solo riflesso di ciò che è dentro, a vedere nella morte solo un passaggio e nelle altre persone i propri compagni di viaggio.
Con queste ultime parole concludo le lettere che tanto tempo fa furono iniziate da mio padre e che ora lascio nelle mani di uno dei miei allievi più giovani e cari. A te ragazzo dico di avere sempre speranza e di vivere questa vita con la costante sorpresa di un parco giochi in cui sei entrato per una giornata e di cui ti ricorderai per sempre. A tutti voi, anime sorelle, che leggete da questa o altre Dimensioni, voglio solo dire che sono felice di essere parte di questa grande famiglia e che mi sento in voi e vi sento profondamente in me.
Un abbraccio
Venerdì 07/08/1998

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