Il mito della caverna..un racconto illuminante

Come da tradizione, ci appare opportuno lasciare ogni tanto la parola a qualche grande pensatore della storia del nostro popolo; facciamo questo per trasmettere, a chi legge i nostri scritti, un senso di continuazione con la Storia e un’ apertura verso ogni semplice, ma indomabile idea. Nel mito che segue ritroverete molti spunti di riflessione, analogie e dettagli che portano con sè significati diversi ed importanti. Lasciate che l’ immaginazione vi guidi nell’ antica Grecia e nella mente di uno dei padri della filosofia.
Il mito della caverna è raccontato da Platone nel settimo libro de ” La Repubblica “, una delle sue opere più conosciute, siamo circa nel quinto secolo avanti Cristo.
” Alcuni prigionieri vennero incatenati, fin dall’infanzia, nelle profondità di una caverna. Non solo le membra, ma anche testa e collo vennero bloccati, in maniera che gli occhi dei malcapitati potessero solo fissare il muro dinanzi a loro. Inoltre alle spalle dei prigionieri venne acceso un enorme fuoco. Lungo la strada tra loro ed il fuoco venne eretto un muro e su di questo, quotidianamente, altri uomini posizionavano finte forme di vari oggetti, animali, piante e persone. Le forme proiettavano la loro ombra sul muro e questo attraeva l’ attenzione dei prigionieri. Quando qualcuno degli uomini che trasportavano queste forme parlava, si generava nella caverna un eco che spingeva i prigionieri a credere che questa voce provenisse dalle ombre che vedevano passare sul muro. Mentre un personaggio esterno avrebbe avuto un’ idea completa della situazione, i prigionieri, non conoscendo cosa accadeva realmente alle proprie spalle e non avendo esperienza del mondo esterno, erano portati ad interpretare le ombre come oggetti, animali, piante e persone reali, a vedere e vivere questi come il loro mondo.
Ad un certo punto, in un giorno come un altro, un prigioniero riuscì a liberarsi dalle catene e ad uscire dalla caverna. Egli capì, appena alzatosi, l’inganno delle ombre e una volta fuori rimase abbagliato dal Sole. All’inizio riuscì quindi a distinguere la realtà solo grazie ai riflessi sul lago che gli stava accanto, ma col tempo si abituò e, prima di notte e poi anche di giorno, fu in grado di vedere tutto direttamente.
L’ex prigioniero comprese che è il Sole a produrre le stagioni e gli anni, a governare tutte le cose del mondo visibile e ad essere causa, in un certo modo, di quello che lui e i suoi compagni vedevano.
Resosi conto della situazione, egli poteva decidere di rimanere a godersi la libertà o di tornare a liberare i suoi compagni e, mosso da pietà, decise di scegliere la seconda via, quella più difficile.
Una volta rientrato nell’ anfratto, i suoi occhi non più abituati all’ oscurità lo resero cieco ed egli iniziò ad essere irriso dagli altri. Continuando però nella sua opera di convincimento, l’ uomo cercò di liberare loro dalle catene e questi, dominati da rabbia e disprezzo, lo uccisero definendolo pazzo e pericoloso. Il loro pensiero era che non valesse la pena di rischiare di perdere la vista e di faticare nella salita per vedere le cose, probabilmente inesistenti, da lui descritte “.
Platone

Volti al futuro con il cuore al passato

Dopo tanti post in cui le nostre conoscenze ed esperienze ci hanno guidato, abbiamo pensato che fosse l’ora di lasciare la parola ad un grande pensatore come Pico della Mirandola e al suo “Oratio de hominis dignitate” . Questo testo ha avuto grande importanza per la nostra formazione e crescita e ve lo proponiamo quasi integralmente cosicché voi ne possiate vivere tutta la profondità ed intensità, facendolo vostro ed assorbendone la saggezza andando oltre le diversità che separano il nostro tempo dal suo.
“Già il sommo Padre, già l’architetto divino aveva costruito, con le leggi della sua arcana sapienza, questa dimora terrena, questo tempio augustissimo della divinità, che è il nostro mondo. Già aveva posto gli spiriti ad ornamento della regione superna; già aveva seminato di anime immortali i globi eterei e riempito di ogni genere di animali le impure e lercie parti del mondo inferiore. Ma compiuta la sua opera, l’artefice divino vide che mancava qualcuno che considerasse il significato di così tanto lavoro, ne amasse la bellezza, ne ammirasse la grandezza. Avendo, quindi, terminata la sua opera, pensò da ultimo – come attestano Mosè e Timeo- di produrre l’uomo. […] Ormai tutto era pieno, tutto era stato occupato negli ordini più alti, nei medii e negl’infimi. […] Stabilì, dunque, il sommo Artefice, dato che non poteva dargli nulla in proprio, che avesse in comune ciò che era stato dato in particolare ai singoli. Prese pertanto l’uomo, fattura priva di un’immagine precisa e, postolo in mezzo al mondo, così parlò «Adamo, non ti diedi una stabile dimora, nè un’immagine propria, nè alcuna peculiare prerogativa, perchè tu devi avere e possedere secondo il tuo voto e la tua volontà quella dimora, quell’immagine, quella prerogativa che avrai scelto da te stesso. Una volta definita la natura alle restanti cose, sarà pure contenuta entro prescritte leggi. Ma tu senz’essere costretto da nessuna limitazione, potrai determinarla da te medesimo, secondo quell’arbitrio che ho posto nelle tue mani. Ti ho collocato al centro del mondo perchè potessi così contemplare più comodamente tutto quanto è nel mondo. Non ti ho fatto del tutto nè celeste nè terreno, nè mortale, nè immortale perchè tu possa plasmarti, libero artefice di te stesso, conforme a quel modello che ti sembrerà migliore. Potrai degenerare sino alle cose inferiori, i bruti, e potrai rigenerarti, se vuoi, sino alle creature superne, alle divine.» O somma liberalità di Dio Padre, somma e ammirabile felicità dell’uomo! Al quale è dato di poter avere ciò che desidera, ed essere ciò che vuole. I bruti nascendo, assorbono dal seno materno ciò che possederanno. Gli spiriti superiori furono invece, sin dall’origine, o poco di poi, ciò che saranno eternamente. Il Padre infuse all’uomo, sin dalla nascita, ogni specie di semi e ogni germe di vita. Quali di questi saranno da lui coltivati cresceranno e daranno i loro frutti: se i vegetali, sarà come pianta, se i sensuali, diventerà simile a un bruto, se i razionali, da animale si trasformerà in celeste; se gl’intellettuali, diverrà angelo e figlio di Dio. E se di nessuna creatura rimarrà pago, rientrerà nel centro della sua unità, e lo spirito, fatto uno con Dio, verrà assunto nell’umbratile solitudine del Padre che sta sempre al di sopra di ogni cosa. Chi ammira questo nostro camaleonte, o, anzi chi altri può ammirare di più?”.

 

Una rappresentazione dell’ uomo che se pur descritta nel contesto cattolico dell’epoca è il chiaro simbolo di una volontà di riscoperta delle infinite qualità del proprio essere; il più alto obiettivo della spiritualità di oggi come di quella di ieri.